L¨INFINITO FASCINO DI TAORMINA
   Antonio Escudero Ríos
                                                                                                  A George Chaya

Un pomeriggio, mentre stavo indagando su cose riguardanti gli ebrei nella Sala Cervantes della Biblioteca Nacional di Madrid, Laura Nangano, una bella giovane dai capelli neri, con il migliore dei sorrisi, mi suggerì di scrivere su Taormina, paradisiaco luogo siciliano della Magna Grecia, meta di uno dei suoi viaggi.
La Sicilia. Selinunte. Segesta. Agrigento... Taormina. Che bei nomi! Taormina... Ripeto questa parola e una serie di ricordi, alcuni vissuti, altri letterari, si susseguono tumultuosamente e allegramente nella mia memoria. Taormina, l’antica Tauromenion, la «vecchia montagna del Toro» che, abbarbicata su una collina, domina uno dei paesaggi più belli che un mortale possa contemplare. Località turistica di enorme interesse, durante l’anno accoglie con ospitalità un’enorme quantità di viaggiatori, soprattutto durante la stagione estiva. Oh, l’alba di Taormina ancora illuminata dalla luna! Queste albe che profumano della resina degli alti cipressi in un mare di acque argentee... Il meraviglioso teatro greco con una vista da sogno sul monte Etna, che in un soave rigurgito, proietta i suoi vapori nell’azzurro orizzonte. Cose e avvenimenti, questi, che impressionarono tanto la bella Patricia e Manuel Matamoros, amici sensibili e intelligenti, dopo aver realizzato un lungo e approfondito giro turistico lungo la penisola italiana, secondo quanto mi raccontano.
Cosa hai di così speciale, Taormina, che il tuo solo nome evoca il piacere di ricordarti ed amarti, dimostrando come è possibile per gli uomini godere di quel sentimento chiamato allegria, l’allegria effimera vincitrice del tempo e dei suoi scempi?
Ma soffermiamoci su alcuni dettagli storici. I monumenti che i romani eressero a Taormina risalgono all’epoca dell’Impero, quando la città aveva raggiunto il suo apogeo. Uno splendore, questo, dovuto non solo alla posizione privilegiata e alla benignità del suo clima, che la resero il luogo di svago privilegiato da molti patrizi che vi costruirono i loro palazzi, e all’ubicazione topografica che le assegnava un’importanza militare decisiva, ma anche alla finezza dei suoi marmi e alla squisitezza dei suoi vini vulcanici dal caratteristico retrogusto di ferro. Ed è, forse, proprio per questa ultima caratteristica che sulle sue monete è impressa l’effigie di Bacco.
Gli scavi archeologici hanno dato prova della presenza degli ebrei -il popolo del Libro- in Sicilia nel periodo romano, soprattutto a Catania, Siracusa, Noto, Cittadella, ecc... Esistono anche riferimenti agli ebrei siciliani sotto i saraceni, la cui invasione colpì terribilmente gli abitanti di Taormina, che furono uccisi senza pietà. Le comunità ebraiche dell’isola ricoprirono un ruolo determinante nel commercio marittimo, e nonostante i decreti avversi, furono pochi i paesi in cui gli ebrei, nel Medioevo, godettero di maggiori libertà che in queste terre. Attualmente, la presenza israeliana è minima.
Su queste storie e racconti mi informa in maniera esaustiva il mio buon amico Alfonso Silván, traduttore di Cavafis e Elytis che, per molto tempo, vagò saggiamente per le lontane località di Taormina e della Magna Grecia, fino al punto di assimilare la loro lingua, divenuta canto.
E come non ricordare il passaggio di Lawrence Durrel attraverso queste terre, raccontato nel suo libro di viaggio Carrusel Siciliano, in cui dedica una nostalgica poesia a questa «vecchia montagna del Toro», che non resisto alla tentazione di trascrivere, benché solo parzialmente. Recita così:
«Quale remoto viaggio possiamo
augurare agli amici
per minare la loro assenza con
il nostro ricordo.»
Ricordi. Ricordi, di scritti? Adesso ci vengono in ausilio quelli del filosofo greco Empedocle. Questo agrigentino, convinto di avere origini divine, proferì delle parole che esprimono una profonda misantropia: «Da che altezza e con quanta gloria sono stato gettato su questa miserabile terra per mischiarmi a volgari bipedi!». E iniziò a circolare la leggenda secondo la quale si era gettato nell’Etna, dal momento che i suoi pantaloncini erano stati visti mentre penzolavano dal bordo del cratere. Anche se si presume che gli dei non usino i pantaloncini; indumento -suppongo- indossato, invece, da Goethe, l’olimpico Giove di Weimar, quando, durante una bella primavera siciliana, percorse a piedi «il monte del forno». Monte, pennacchio innevato, ritenuto il più alto della Terra dagli antichi navigatori del Mediterraneo.
Faccio ritorno a questa isola, circondata da quell’oceano di leggende e sogni che è la Biblioteca. Di fronte a me, meravigliosamente ‘rilegata’, Selena Simonatti, Angelo Terribile dela Bellezza, il cui luminoso sorriso mi ricorda le donzelle scorte in quella biblioteca di acqua, muschio e pietra che è Taormina, la città che, come direbbe Eschilo, porta con sé «il sorriso infinito delle onde del mare».
La Magna Grecia, sorgente di poesia e di vita. Rotta di un viaggio al quale la Biblioteca suole condurre. Taormina ci accoglierà, ora e sempre, con cuore e mani roventi. Shalom!

(Tra. di Laura Nangano)

 

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VIAGEM A SINTRA DE FERNANDO PESSOA

  ANTONIO ESCUDERO RÍOS
  À memória da minha mãe, Isabel Ríos Márquez

Pessoa, o poeta atormentado de Lisboa, o dos mil nomes, sonhou que já se tinha procurado a si próprio e, não se tendo encontrado, temeu perder-se nos terrenos da morte, o que lhe moveu a empreender viagem na procura da Fonte da Vida. Disseram-lhe que se achava em Sintra, entre hortas e melancólicos jardins. Subiu Pessoa para um Chevrolet preto com os seus colegas Alberto Caeiro, Álvaro de Campos e Ricardo Reis, e iniciou a peregrinação. Chegados a Sintra foram conduzidos à entrada de uma cova.

Ali, o cantor da vertigem e os fiéis amigos empreenderam a exploração das entranhas da gruta munidos de tochas. Logo a seguir, os fiéis do poeta, do cantor da solidão que quis compreender a vida, viram-se surpreendidos e atraídos pelo fulgor que desprendiam as paredes de pedras preciosas da enganosa cova. Não advertindo o engano, detiveram-se a recolhê-las e encheram com elas suas taleigas. Assim foi como se perderam. Assim foi como esqueceram que a salvação era seguir a luz exterior, e não recuar como fizeram: eles não encontraram a Fonte.

Pessoa procurou entre o labirinto dos seus heterónimos e acreditou encontrar um novo: Pessoa, o Valeroso; e seguiu adiante só. Ao sair achou-se numa verde pradaria em cujo centro uma fonte vertia numa alberca as suas águas. Águas que ao cair entre o rumor melodioso, como velhos salmos, enchiam o recinto de melodiosa paz. Junto dela, oferecia a sua boca sombreada um púcaro de barro convidando a beber. Pessoa encheu-o até à borda. Quando o ia levar aos lábios um velhote judeu, como ele próprio se gabava de o ser, deteve o seu braço dizendo-lhe:

- Não bebas, cantor da harmonia inatingível! Não bebas, poeta...
- Por quê? Por acaso não é esta a água de nunca morrer? Não é boa a morte nem perecer para sempre, caindo nos domínios do esquecimento. Diz-me, é esta?
- Sim, ela tem a virtude de te tornar imortal, mas não a deves beber.
- Diz-me. Por quê?
- Bebia-a há séculos, pastor de nuvens, sonhador de embelecos, e já vês como não morri.
- Então é verdade que quem a beber achará vida sem fim...
- É verdade, mas eu bem quereria não a ter bebido, pois vi morrer quantos ia querendo e me queriam . Pai, irmãos, mulheres, filhos e amigos pesam-me como uma corrente que alastro. Para que é que eu quero a eternidade, se ninguém me conhece? A eternidade pertence ao Senhor dos justos, a quem sirvo, ao Deus zeloso de Israel. Os mais deuses são mortais, talvez criados pela angústia dos homens órfãos de consolação.

Percebeu Pessoa a tristeza e a imperiosa necessidade da morte e, depois de empreender novamente viagem a caminho da terra interior, a dos áureos frutos, evocou a figura do seu amigo Mário, e arremessou com pulso vacilante o púcaro.

E dizem os visitantes do lugar que ali onde a água forma uma pequena poça, rebentou uma figueira que resta em pé e agasalha sob a sua escura copa os seguidores do imortal poeta, que à sua sombra escutam esta história de lábios de um velhote a quem não lhe foi dado escolher, como lhe fora ao poeta rasgado pela impossível tentativa de compartilhar razão e vida em sua Mensagem.

(Versión portuguesa de Mª Teresa González Méndez , revisada por Servando Rodríguez Franco.)